Il Consiglio di Stato chiarisce che la sperimentazione attivata dal MIUR nell'anno scolastico 2014/2015, consistente nella riduzione a quattro anni del percorso necessario per ottenere il diploma avente valore legale, risulta legittima pur non avendo acquisito il parere del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione.

A cura dell'Avv. Salvatore Russo

L'articolazione dei moduli sperimentali posti in essere dai quattro istituti scolastici superiori, autorizzati dal MIUR, risultava, inoltre, del tutto omogenea e adeguata, considerato il maggiore numero di ore settimanali e di giorni annuali di lezione e la sostanziale invarianza delle materie di insegnamento. In sostanza, il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, con il D.M. n. 902/2013 e il D.M. n. 904/2013, aveva disposto, in quattro istituti superiori italiani, l'avvio – per un quadriennio a partire dall'anno scolastico 2014/2015 - di un programma di "sperimentazione consistente nella riduzione di un anno del percorso formativo necessario per ottenere il titolo avente valore legale normalmente conseguito in tutte le altre scuole attraverso la frequentazione di un corso di studi comprendente una ulteriore annualità".


Con ricorso proposto al TAR del Lazio, una federazione sindacale rappresentativa del comparto scuola, ritenendo illegittime le disposizioni ministeriali, aveva impugnato gli atti citati che motivavano l'attivazione di tale sperimentazione per "adeguare la durata dei percorsi di istruzione agli standard europei". Tale priorità, collocata in premessa nei due Decreti Ministeriali n. 902/2013 e n. 904/2013 oggetto dell'impugnativa - unitamente al d.P.R. n. 89/2010 concernente la revisione dell'assetto ordinamentale, organizzativo e didattico dei Licei ed insieme al d.P.R. n. 275/2009 relativo all'autonomia scolastica - apparivano, secondo la sentenza successivamente emanata dal TAR del Lazio in accoglimento del ricorso, "completamente sganciata da essi, per non dire proprio sconnessa sotto il profilo motivazionale, perché in assenza del parere del C.N.P.I. che coniughi l'autonomia delle istituzioni scolastiche e la loro modifica ordinamentale con i bisogni del territorio, l'adeguamento agli standard europei appare costituire piuttosto una motivazione superficiale ed insufficiente a giustificare l'abbreviazione di un anno".


Il Tribunale Amministrativo per il Lazio, nello specifico, aveva ritenuto dirimente al fine della decisione, "l'error in procedendo rappresentato dalla mancata acquisizione – nell'ambito dell'iter finalizzato all'approvazione dei progetti per cui è causa – del parere del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione espressamente imposto dall'ultimo periodo dell'articolo 11, cit". V'è da rilevare che il citato articolo 11, D.P.R.n. 275/1999 ('Regolamento recante norme in materia di autonomia delle istituzioni scolastiche, ai sensi dell'art. 21 della L. 15 marzo 1997, n. 59'), testualmente recita: "il Ministro della pubblica istruzione, anche su proposta del Consiglio nazionale della pubblica istruzione (...) di una o più istituzioni scolastiche, di uno o più Istituti regionali di ricerca, sperimentazione e aggiornamenti educativi (...), promuove, eventualmente sostenendoli con appositi finanziamenti disponibili negli ordinari stanziamenti di bilancio, progetti in ambito nazionale, regionale e locale, volti a esplorare possibili innovazioni riguardanti gli ordinamenti degli studi, la loro articolazione e durata, l'integrazione fra sistemi formativi, i processi di continuità e orientamento. (...). Sui progetti esprime il proprio parere il Consiglio nazionale della pubblica istruzione".


Il Ministero dell'Istruzione proponeva appello unitamente ai quattro istituti di istruzione superiore interessati dalla sperimentazione i quali, richiedendo la riforma della sentenza di primo grado, articolavano plurimi motivi. Sulla questione dell'error in procedendo gli appellanti rilevano che il TAR del Lazio aveva "omesso di valutare il rilievo dirimente che assumeva ai fini del decidere la sopravvenienza normativa di cui all'articolo 23-quinquies del decreto-legge 24 giugno 2014, n. 90 (per come introdotto ad opera della legge di conversione 11 agosto 2014, n 114), la quale ha comportato la sostanziale irrilevanza – in ipotesi quale quella che qui occorre – della mancata acquisizione del richiamato parere". La sentenza risultava, inoltre, fallace per avere "ritenuto che la sperimentazione di cui ai richiamati decreti ministeriali fosse idonea ad introdurre forme di disparità di trattamento fra gli studenti ammessi ai corsi sperimentali e quelli frequentanti i corsi di durata ordinaria".


Il Consiglio di Stato, in pieno accoglimento dell'appello promosso dal MIUR, in via principale rileva che l'articolo 23-quinquies del decreto-legge n. 90/2014 (per come introdotto ad opera della legge di conversione 11 agosto 2014, n 114), stabilisce che "nelle more del riordino e della costituzione degli organi collegiali della scuola, sono fatti salvi tutti gli atti e i provvedimenti adottati in assenza del parere dell'organo collegiale consultivo nazionale della scuola; dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto [19 agosto 2014, n.d.E.] e fino alla ricostituzione dei suddetti organi, comunque non oltre il 31 dicembre 2015, non sono dovuti i relativi pareri obbligatori e facoltativi".


Per tale motivo la citata normativa risultava evidentemente idonea a "determinare un effetto di sanatoria ex lege dell'invalidità che affliggeva i decreti ministeriali impugnati in primo grado" avendo eliminato 'ora per allora' lo stesso requisito o presupposto la cui carenza aveva determinato l'illegittimità dell'atto. Secondo il Consiglio di Stato "la portata amplissima della disposizione e l'evidente voluntas legis ad essa sottesa inducono a non dubitare che l'effetto sanante che ne derivava fosse idoneo a prodursi anche in relazione alle vicende contenziose pendenti". I Giudici di Palazzo Spada hanno, inoltre, osservato che i decreti ministeriali impugnati in primo grado risultavano esenti dai profili di illegittimità contestati ritenendo la loro sostanziale compatibilità con il contenuto dell'articolo 11 del D.P.R. 275/1999, la loro ragionevolezza e, in particolare, rilevando che l'articolazione dei moduli sperimentali che erano stati posti in essere dagli istituti scolastici autorizzati dal MIUR risultava "nel complesso omogenea e adeguata, anche in considerazione del fatto che alla riduzione di un anno nella durata del corso di studi secondario di secondo grado fanno da contraltare: a) un maggiore numero di ore settimanali di lezione; b) un maggiore numero annuale di giorni di lezione; c) la sostanziale invarianza delle materie di insegnamento; d) la piena conferma ed applicazione delle vigenti disposizioni in tema di esame di Stato conclusivo del secondo ciclo di istruzione e in tema di rilascio dei titoli di studio finali".


Il Consiglio di Stato, nella sentenza in commento, inoltre, ha tenuto a precisare di non condividere neanche l'argomento addotto dalla Federazione sindacale appellata "secondo cui i decreti ministeriali in primo grado – pacificamente privi di valenza regolamentare – non avrebbero potuto derogare alle disposizioni in tema di durata quinquennale dei corsi di istruzione superiore di secondo grado per come fissati (appunto, in sede regolamentare) dai dd.P.R. 88 e 89 del 15 marzo 2010". Al riguardo, i Giudici osservano "che la possibilità di derogare al regime ordinario di durata dei corsi di studio deriva dalle espresse previsioni di cui all'articolo 11 del d.P.R. n. 275 del 1999" aggiungendo, a corollario di quanto esposto, "che la disposizione appena richiamata consente certamente, in sede di progetti sperimentali, di derogare alla durata dei corsi legali di studio per come previsti dalla normativa di tempo in tempo vigente" e ribadendo che "il rapporto fra la (successiva e generale) disciplina di cui ai dd.P.R. 88 e 89 del 2010 - i quali fissano in cinque anni la durata ordinaria dei corsi in questione - e la (pregressa e derogatoria) disciplina, di pari rango, di cui al d.P.R. 275 del 1999 non resta regolato dal principio di temporalità, quanto – piuttosto – dal diverso principio di specialità ("lex posterior generalis non derogat priori speciali")".


Per tali, articolate, ragioni il ricorso proposto dal MIUR viene accolto e per l'effetto, in riforma della sentenza di primo grado, il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale (Sezione Sesta) dispone la reiezione del ricorso di primo grado ritenendo assolutamente legittima la previsione sperimentale, disposta dal MIUR con i Decreti Ministeriali nn. 902/2013 e 904/2013, di corsi di studio superiori articolati in soli quattro anni scolastici.

A cura dell'Avv. Salvatore Russo

Pubblicato su Il Diritto Amministrativo il 9 marzo 2015

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